Yoga e Ginnastica
Bioenergetica

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Yoga e Ginnastica Bioenergetica

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Gli yoga sutra di Patanjali: il primo manuale scientifico di psicologia Lo Yoga è l'insieme delle tecniche finalizzate al ricongiungimento del corpo, della mente e dell'anima individuale con l’anima universale, intesa come pura consapevolezza, il termine “yoga”, infatti, deriva dalla radice sanscrita “yuj” che significa "unione”. Tenendo conto delle interazioni tra il corpo e la mente e al fine di preservare un equilibrio tra di essi, lo yoga rappresenta un metodo unitario che combina le posizioni che favoriscono la salute fisica con la respirazione e la meditazione, che conducono, invece, alla serenità mentale.

La pratica dello yoga si manifesta come esplorazione delle potenzialità del corpo che opera con la mente, le emozioni e le azioni al fine di conseguire una armonia profonda, attraverso un processo accessibile a tutti. Si perviene pertanto alla scoperta della propria natura più autentica nonché all’accettazione dei propri limiti, conseguendo una certa armonia interiore. Si perviene al più alto stato della coscienza umana nonché al più profondo centro della psiche che supera il concetto di sé legato all’Ego.

La meditazione yogica persegue lo scopo di guidare il praticante al distacco dalle percezioni e dai pensieri, rendendolo un osservatore esterno al suo stesso flusso di coscienza. Attraverso la pratica della consapevolezza, si raggiunge una condizione mentale che contempla la coesistenza di opposti, che consiste nel trascendere il dualismo tra anima individuale e universale.

Si inverte l’ordinaria estroversione mondana dei processi psicologici, rientrando in sé stesso, la conoscenza del Sé risulta essere l’unico mezzo per raggiungere la libertà più pura. Lo yoga è una disciplina psicofisica, anzi si può affermare che sia una disciplina squisitamente psicologica, in quanto persegue un obiettivo esclusivamente psicologico, la realizzazione di uno stato psichico straordinario, la trance estatica.

A questo scopo utilizza delle metodiche specificatamente psichiche, sia pure accompagnate in parte da metodiche corporee. Offre, infine, la possibilità di sperimentare stati psichici paranormali.

La trance estatica è caratterizzata dalla perdita delle percezioni fondamentali (della realtà ambientale, dell’oggetto, dell’Io, del tempo e dello spazio) normalmente presenti nella percezione ordinaria. È uno stato deficitario della percezione e il vissuto soggettivo di tale stato è tuttavia estremamente gratificatorio.

In effetti, la trance estatica costituisce lo stato percettivo terminale di un processo di trasformazione della modalità percettiva articolato in diverse fasi. La prima è costituita dal ricorso nella percezione di uno stesso oggetto sensoriale o concettuale, ottenuto mediante la concentrazione dell’attenzione. La seconda si ha quando l’oggetto della percezione diviene esclusivo, monopolizzando completamente la percezione.

Nella terza fase l’oggetto della percezione è il risultato esclusivo della riproduzione di tracce mnestiche e, quindi, diventa completamente astratto. La quarta fase consiste nell’afflusso massivo e simultaneo di dati mnestici alla percezione, cioè nella percezione intuitiva. La quinta fase è costituita dall’esplosione dell’inconscio, in cui si ha una percezione intuitiva ed olistica di tutto o quasi il materiale mnestico.

Il soggetto ha cioè accesso, sia pure per un solo attimo, al proprio inconscio. Si ha quindi una percezione di cosmicità e di onniscienza. La sesta fase è costituita da un’implosione della percezione, in cui si ha appunto la perdita delle percezioni fondamentali, ossia in un vuoto mentale in cui è presente soltanto l’autoconsapevolezza di esistenza della percezione. È come se avvenisse nel sistema neuronale cerebrale un corto circuito. L’autoconsapevolezza di esistenza come percezione diviene percezione di autocontrollo totale della dinamica percettiva e quindi percezione di onnipotenza. L’assenza della percezione dello spazio dà luogo ad una percezione di onnipresenza. L’assenza della percezione del tempo dà luogo ad una percezione di eternità.

L’assenza della percezione dell’Io, perenne oggetto di aggressioni presunte o reali e quindi attivatore costante dello stato di tensione, dà luogo ad una totale assenza di tensione e quindi ad una percezione di beatitudine. Questa ultima fase costituisce propriamente lo stato di estasi. La trance estatica consiste nella elaborazione da parte del sistema neuronale cerebrale di alcune sostanze endogene particolari: i neurotrasmettitori chiamati endorfine.

Essi possono essere simulati anche da alcune sostanze stupefacenti. La cultura indiana ha elaborato una tecnica psicologica capace di generare la trance estatica, lo yoga appunto. Che la trance estatica attuabile con la tecnica yogica sia analoga all’estasi mistica e all’estasi da stupefacenti è affermato da Patanjali in Yoga Sutra, IV, 1: «Le percezioni paranormali si ottengono o spontaneamente o con l’uso di droghe o con i mantra o con l’ascesi o con il Samadhi».

La più antica testimonianza dell’esistenza dello yoga è rappresentata da una serie di sigilli di pietra, ritrovati a Mohenjo Daro, nella valle dell’Indo, datato alla seconda metà del terzo millennio a.C., raffiguranti delle posture tipiche dello Hatha Yoga La parola yoga viene menzionata per la prima volta nella vasta collezione di scritture antiche, i Veda, risalenti al 2.500 a.C.; in particolare all’interno degli Upanishad (corrispondenti alla sezione finale dei Veda), vengono descritti i principi fondamentali della filosofia Vedānta. Secondo la cosmogonia indiana, l’universo ha origine nella fecondazione della madre Terra Prakriti da parte della coscienza universale Purusha o Brahman (esistente a priori come forma di energia indifferenziata), che induce un processo di differenziazione tra materia e coscienza.

La coscienza costituisce il nucleo centrale intorno al quale si struttura l’intero apparato concettuale della psicologia yogica: durante la fase di sviluppo l’essere umano progressivamente si disidentifica dallo strumento conoscitivo per attuare invece l’unione con la coscienza sottostante già presente. L’accesso allo yoga costituiva tradizionalmente una via iniziatica, in quanto veniva praticata una selezione fra gli aspiranti all’internato negli Ashram e gli ammaestramenti venivano vincolati dal giuramento del segreto.

I motivi di ciò risiedono, in primo luogo, nell’esigenza di protezione del patrimonio del sapere del maestro e, di conseguenza, del suo potere. In secondo luogo, sulla consapevolezza, derivata dall’esperienza, che non tutte le persone sono in grado di affrontare la disciplina yogica, che nel caso di psicosi o di nevrosi molto avanzata, può risultare controproducente o addirittura pericolosa. Lo yoga non presenta un’unica forma ed un’unica tradizione, esistono infatti diversi tipi di yoga, ma tre tradizioni fondamentali si sono affermate nel tempo e da esse derivano le altre. Le fondamentali sono il Kriya Yoga, il Raja Yoga e lo Hatha Yoga.

Ad una successione temporale delle tre tradizioni fondamentali corrisponde una loro successione esperienziale: dall’esperienza spontanea dell’estasi mistica del Kriya Yoga si passa all’induzione scientifica della trance estatica del Raja Yoga e da questo alla sua variante “corporea” dello Hatha Yoga. Risale al VI secolo a.C. la Bhagavad Gita, uno dei testi yogici più diffusi e universalmente riconosciuti e prima testimonianza del Kriya Yoga, incentrato intorno al cammino spirituale di liberazione percorso dal giovane guerriero Arjuna, guidato nell’adempimento dei doveri da Krishna, incarnazione di Brahman. Invece gli Yoga Sutra, scritti da Patanjali o nel II sec. a.C. o nel V sec. d.C., rappresentano il corpo centrale del Raja yoga. Sono composti da 196 aforismi o sutra, suddivisi in quattro libri:

1) Samadhi Pada (libro della contemplazione o della “en-tasi”),

2) Sadhana Pada (libro della pratica e del metodo),

3) Vibhuti Pada (libro delle proprietà e poteri),

4) Kaivalya Pada (libro dell’emancipazione e della libertà).

La Goraksa Sataka, la prima esposizione dello Hatha Yoga, risale probabilmente all’XI secolo d.C. Gli Yoga Sutra di Patanjali, “la Bibbia dello Yoga”, sono il trattato espositivo più completo e sistematico, l’unico di tutta la tradizione yogica che si può definire effettivamente scientifico su tutte le metodiche yogiche, con particolare riguardo a quelle specificamente psichiche. Questo trattato è stato travisato per secoli, in quanto considerato un’opera filosofica, mentre è noto come lo yoga sia una disciplina psicofisica. Ad una lettura scientifica si è rivelato, infatti, essere un manuale tecnico, in quanto descrive la tecnica psicofisica dello yoga, non solo, descrive dettagliatamente anche il Kaivalya, la trance estatica, che è lo scopo pratico per cui lo yoga è nato. La trance estatica è uno stato alterato di coscienza in cui si realizza il Sat-Chit-Ananda, la coscienza di pura esistenza, cioè lo stato di beatitudine.

La descrizione della tecnica psicofisica e dello stato alterato di coscienza raggiunto con essa rientrano obbligatoriamente nella categoria della trattazione psicologica. Gli Yoga Sutra di Patanjali sono quindi un trattato di psicologia, anzi il primo trattato scientifico di psicologia della storia, che anticipa di oltre mille anni la psicologia scientifica occidentale, infatti, in esso si trovano scoperte psicologiche realizzate dalla scienza occidentale soltanto nell’ultimo secolo, come per esempio l’inconscio.

Attraverso gli Yoga Sutra, Patanjali indica al praticante gli otto stadi evolutivi (traduzione letterale del termine sanscrito “Ashtanga”) da perseguire per il raggiungimento della realizzazione del sé. Tali stadi sono paragonati ai rami di un albero che si erge forte contro ogni avversità crescendo e maturando, metaforicamente rappresentativi della dedizione e dell’impegno dei praticanti, i quali raccolgono i benefici del loro impegno e i frutti del loro amore verso lo yoga.

Queste metodiche si dividono in: due comportamentali: Yama, i principi etici e morali che guidano la condotta verso il prossimo (astensione dalla violenza, dalla falsità, dal furto, dalla lussuria, dall’avidità) e Niyama, le regole di autodisciplina che rafforzano l’integrità interiore (purezza, accontentamento, frugalità, introspezione e dedizione alla divinità); due corporee: Asana, l’insieme delle posture fisiche propedeutiche all’instaurarsi di uno stato meditativo e Pranayama, l’insieme delle tecniche di controllo della respirazione, manifestazione fisica del prana che inducono alla contemplazione; quattro specificamente psichiche: Pratyahara, inibizione delle percezioni sensoriali, Dharana, concentrazione percettiva su un unico oggetto, Dhyana, meditazione, intesa come il naturale fluire della consapevolezza verso l’oggetto della concentrazione e Samadhi, il processo della trance estatica, stato di coscienza superiore in cui l’oggetto di osservazione viene totalmente assorbito nella mente portando l’Io a riconciliarsi con il tutto.

Questa unione libera lo spirito da ogni senso di separazione che costituisce la causa della sofferenza. Il Raja yoga, che significa “yoga regale”, è considerato la tradizione più compiuta dello yoga, la sua forma classica. È di fatto la tradizione in cui le metodiche psicologiche presentano il maggiore sviluppo ed è una forma propriamente scientifica.

Il Raja Yoga è probabilmente derivato da un’analisi e da una rielaborazione scientifica dei processi indotti dal Kriya Yoga, che hanno condotto all’eliminazione del ricorso alla religiosità e alla costruzione di un itinerario percettivo culminante in una trance estatica ancora più profonda ed estraniante. Il Raja Yoga richiede infatti sedute particolari ed uso di metodiche specifiche, nonché una pratica costante e protratta nel tempo. Il suo obiettivo è l’induzione dello stato di estasi, in quanto culmine del processo samadhico o di trance.

Le metodiche psichiche costituiscono, secondo questa tradizione, lo yoga vero e proprio: «I tre processi mentali della Dharana, del Dhyana e del Samadhi costituiscono lo yoga vero e proprio; i cinque precedenti, possono considerarsi meramente propedeutici.» (I.K. Taimni) Lo Hatha Yoga costituisce uno sviluppo in direzione corporea del Raja Yoga. Dal sanscrito “ha” sole e “tha” luna, riferiti all’energia maschile e femminile, sta ad indicare l’unione delle due dimensioni: l’entità cosmica, assunta come energia (concetto, come abbiamo visto, già presente nella tradizione vedica) si manifesterebbe nell’essere umano come energia sessuale.

La trance estatica, epilogo del processo yogico, è considerata l’atto conclusivo di un processo di trasformazione dell’energia sessuale in energia psichica e quindi dell’energia individuale in energia cosmica. È basato su una serie di esercizi che contribuiscono ad incrementare il benessere del corpo fisico (tonificando i muscoli e i legamenti, mantenendo la colonna vertebrale e le articolazioni flessibili, migliorando la circolazione), a riequilibrare il sistema nervoso e a purificare i canali energetici.

Lo Hatha Yoga comprende sette metodiche: una comportamentale, Satkarman (atti purificatori); tre corporee, Asana (posizioni), Mudra (movimenti), Pranayama (sospensione dell’atto respiratorio); tre psichiche, Pratyahara (inibizione delle percezioni sensoriali), Dhyana (presenza percettiva di un unico oggetto), Samadhi (processo della trance estatica). Come si vede, rispetto al Raja Yoga vi è un incremento delle metodiche corporee ed una semplificazione delle metodiche comportamentali e psichiche. Il Satkarman corrisponde a Yama e Niyama. L’Asana, dall’unica positura originale del Raja Yoga, il Siddhaasana, si moltiplica nello Hatha Yoga in decine di posizioni. Ad esse si aggiungono i Mudra, che sono dei movimenti corporei.

Il Pranayama porta nello Hatha Yoga ai limiti fisiologici la metodica di sospensione del respiro già presente nel Raja Yoga. E` proprio lo Hatha Yoga, la forma di Yoga che viene normalmente insegnata nelle palestre occidentali. Una forma particolare di Hatha Yoga è il cosiddetto Kundalini Yoga, che sviluppa tecniche specifiche per purificare i canali (nadi) e i centri (chakra) energetici al fine di risvegliare e valorizzare l’energia universale presente in ogni individuo, il mantra e il nada, che utilizzano rispettivamente il suono e le note musicali propedeutici ad un controllo mentale più consapevole e, infine, lo yantra che si esprime attraverso la composizione creativa di svariate forme geometriche finalizzate a promuovere lo stato meditativo. Il Kundalini è fondato sulla teoria fisiologico-metafisica secondo cui l’energia cosmica (la Kundalini, appunto, che nell’essere umano assume la forma della sessualità) avrebbe come propria sede nel corpo umano la base della colonna vertebrale.

La trance estatica costituirebbe l’esito di un processo in cui essa, risalendo lungo i chakra posti lungo la colonna vertebrale, perviene alla sommità del cranio (Sahasrara Chakra, forse la ghiandola pineale) confluendo nel campo energetico universale. Il Kundalini Yoga costituisce probabilmente un tentativo di dare un fondamento fisiologico all’evento apparentemente eminentemente psichico della trance estatica.

Il Kriya yoga può essere considerato come uno sviluppo dello Yama e del Niyama del Raja. Negli Yoga Sutra è presente una citazione specifica che considera il Kriya Yoga una parte del Niyama. È stato divulgato nel mondo occidentale grazie all’opera del grande yogi Paramahansa Yogananda, il quale ha fondato la Self Realization Fellowship, che grazie all’opera dei suoi discepoli continua a diffondere Sanaatan Dharma, ovvero le verità eterne universali. Il Kriya yoga (la cui radice sanscrita kri, condivisa con il termine karma, significa azione) è una scienza antichissima che accompagna il praticante nell’apprendimento graduale, seguendo principalmente tre fasi:

1. Una prima fase di ricarica energetica attraverso il prana, l’energia vitale, sviluppando forza di volontà e concentrazione;

2. Una fase intermedia che consiste in una forma di concentrazione basata sull’osservazione del respiro naturale abbinata alla ripetizione di un mantra; 3. Una fase finale incentrata su una meditazione basata sull’ascolto del suono “Om”.

Dopo una valida preparazione, il praticante potrà diventare depositario delle tecniche più avanzate che vengono tramandate da maestro a discepolo oralmente e in forma diretta, non divulgabili senza autorizzazione. Affinché l'eliminazione della percezione dell’Io e la conseguente identificazione psichica con la cosmicità avvengano in modo spontaneo e coinvolgano tutta la personalità del soggetto, la tradizione del Kriya Yoga ha differenziato comportamenti ed atteggiamenti induttivi a seconda della tipologia psicologica individuale.

Essa ha distinto tre tipi psicologici fondamentali in corrispondenza delle tre funzioni fondamentali dell’essere umano: il tipo emozione, il tipo azione, il tipo intelletto. Per ciascuno di essi ha elaborato una metodica psicologica particolare: il Bhakti Yoga, il Karma Yoga, il Jnana Yoga. Bhakti significa devozione, il Bhakti Yoga è la via del mistico. L’entità cosmica viene concepita come entità personale e viene instaurato a livello psichico in un primo tempo un rapporto di amante-amato fra l’Io e questa entità, che è la divinità.

Lo scopo di questo primo stadio è concepire ogni cosa come manifestazione diretta di Dio. L’instaurazione sistematica di un comportamento di contemplazione, che ha alla sua base, oltre ad una predisposizione psicologica anche una fede, conduce con la pratica ad assumere questo comportamento come abituale e permanente. Il secondo stadio consiste nella trasformazione del rapporto dualistico soggetto-oggetto di contemplazione di Dio da parte dell’Io, in un rapporto di identificazione dell’Io con Dio, concepito a questo punto come coscienza cosmica impersonale.

Il processo autosuggestivo di identificazione con la presunta coscienza cosmica impersonale comporta necessariamente la perdita della percezione dell’Io. Ove il processo di alterazione della percezione ordinaria proseguisse fino alla perdita delle altre percezioni fondamentali, della realtà ambientale, del tempo e dello spazio, fino a confluire nella percezione di cosmicità, infinità, eternità e beatitudine, si realizzerebbe lo stato di trance dell’estasi mistica, che è appunto lo scopo finale del Kriya Yoga.

Karma vuol dire azione, quindi il Karma Yoga è la via dell’uomo d’azione. In questo caso viene instaurato a livello psichico un atteggiamento di dedizione di tutte le proprie azioni e anche dei propri pensieri alla divinità. Il comportamento viene caratterizzato quindi da un completo ed assoluto altruismo, ove l’attenzione è rivolta all’esterno e l’Io è quindi ignorato.

Tale comportamento viene assunto finché non diventa permanente, il che conduce ad interpretare gli eventi, comprese le proprie e le altrui azioni, come dirette manifestazioni della divinità, finché quest’ultima diviene l’oggetto centrale della percezione.

Si ottiene così l’identificazione con la divinità, percepita a questo punto come coscienza cosmica impersonale e si instaurano i processi di illuminazione e di estasi mistica. Jnana significa conoscenza, il Jnana Yoga è la via del filosofo. L’identificazione dell’Io con la coscienza cosmica impersonale viene conseguita nel Jnana Yoga attraverso l’attività del pensiero razionale.

La vita viene dedicata allo studio delle modalità di manifestazione ed ai rapporti metafisici esistenti fra l’Assoluto ed il mondo fenomenico, finché lo stesso Assoluto finisce per monopolizzare i contenuti psichici e si ottiene l’identificazione dell’Io con esso o meglio la perdita della percezione dell’Io e quindi l’attivazione dei processi di illuminazione e di estasi mistica. Il meccanismo psichico del superamento dell’Io o, meglio, della distrazione della coscienza dai bisogni dell’Io, si trova alla base non soltanto del Kriya Yoga, ma anche del Raja Yoga e dello Hatha Yoga, nonché di tutte le dottrine orientali, dal Buddhismo al Taoismo. Le attività della mente si svolgono assolvendo a tre funzioni principali:

1) la mente inferiore o (manas) raccoglie le percezioni sensoriali coordinandole con le risposte motorie;

2) il senso dell’io (ahankara), che trasforma l’esperienza sensoriale in personale collegandola al senso dell’identità individuale, alimentando una sensazione di distinzione e di unicità;

3) la mente superiore (buddhi) ovvero la facoltà di discernimento che valuta la situazione, formula giudizi e stabilisce la linea di condotta.

Man mano che il buddhi risale in superficie, conferisce la capacità di uscire dal circolo vizioso comportamentale guidato dai soli impulsi. Manas, ahankara e buddhi, che dal punto di vista squisitamente antropomorfico non sono distinte, risultano interdipendenti l’una con l’altra, creando un’unica entità che si avvale degli input cruciali forniti da chitta, ovvero il magazzino dei ricordi, delle impressioni e delle esperienze passate. Il concetto di chitta è simile alla nozione psicoanalitica dell’Es, ovvero il serbatoio profondo dell’energia istintuale o libido.

Ahankara, comprendendo l’intero spettro del senso dell’io è un concetto più ampio di quello occidentale dell’Ego: sia di quello propriamente freudiano che lo concepisce come strumento mentale di protezione dell’integrità dell’io attraverso vari meccanismi di difesa, sia di quello derivante da successive scuole di pensiero che vi hanno incluso anche alcuni contenuti del senso dell’io, quali quelli funzionali e produttivi all’interno di un contesto culturale.

Il Buddhismo prende il proprio nome da Buddhi: la sua pratica si fonda sull’affinamento di tale facoltà. Patanjali utilizza il termine chitta per indicare l’insieme delle funzioni mentali da un punto di vista meramente olistico senza adottare la scomposizione in manas, ahankara e buddhi. Celebre la sua immagine delle mente come un lago potenzialmente calmo e trasparente, a volte turbato da onde (“vrtti”), pensieri che possono scaturire dal fondo sotto forma di ricordi e/o da percezioni sensoriali. Quando le onde si calmano l’acqua torna limpida e trasparente, rendendo visibili gli strati di coscienza superiore dell’uomo, ovvero gli strati più significativi della sua interiorità.

Nei primi quattro aforismi del libro I degli Yoga Sutra, lo yoga viene presentato come una metodologia finalizzata al controllo volontario e alla regolazione dei processi di pensiero, in virtù dei quali la coscienza si libera dallo strato di identificazione con i pensieri stessi. Mediante l’assiduo esercizio della capacità di distaccarsi dai propri pensieri, da intraprendere attraverso l’ottuplice sentiero Ashtanga, la coscienza gradualmente si evolve, superando le cause della sofferenza: ignoranza, angusta e stagnante definizione di sé, attaccamento, avversione fobica, terrore della morte. La distinzione fra psichico e corporeo è nello Yoga come in qualsiasi tecnica riguardante l’essere umano difficilmente praticabile.

In effetti tale distinzione, assente nella cultura orientale, è un retaggio della filosofia cartesiana che corrisponde all’ esigenza logica della mente umana di distinzione fra gli oggetti. Nella realtà non esiste alcuna distinzione fra psichico e corporeo, non vi è, infatti, alcuno stato psichico che non abbia per corrispondente uno stato corporeo e viceversa. Psichico e corporeo sono due aspetti fenomenici di una stessa struttura biofisica fatta di cellule e stati elettrochimici, oggi infatti si parla più propriamente di psicosoma.

La tradizione tecnica dello yoga comprende indubbiamente metodiche che possiamo definire teoricamente corporee e metodiche che possiamo definire teoricamente psichiche. Nelle tre tradizioni fondamentali dello Yoga le metodiche corporee hanno assunto un diverso rilievo. Nel Kriya Yoga e nel Raja Yoga sono ridotte all’essenziale, mentre nello Hatha Yoga sono ampliate notevolmente. Le metodiche corporee giocano probabilmente un ruolo importante, nell’induzione della trance estatica.

L'ipossìa cerebrale ottenuta con la sospensione prolungata dell’atto respiratorio (Pranayama), contribuiscono certamente all’innesco della reazione endorfinica cerebrale. Tuttavia le metodiche psichiche hanno nello yoga un rilievo imprescindibilmente fondamentale. Di fatto, le metodiche psichiche sono decisive per l’attuazione dello stato di trance estatica, che costituisce l’obiettivo pratico di tutte le tradizioni yogiche. La centralità delle metodiche psichiche nella tecnica yogica è testimoniata dal fatto che la più caratterizzata di esse, la Dhyana, è stata assunta come rappresentativa di tutto lo Yoga. Dal termine Jhan, versione Pali di Dhyana, sono derivati Ch’an e Zen, termini con i quali lo Yoga, nella sua versione buddhista, è stato diffuso in Cina e in Giappone.

Lo yoga presenta dunque un obiettivo esclusivamente psicologico, la realizzazione della trance estatica, ed un’operatività prevalentemente psicologica, sia pure accompagnata, in alcune sue tradizioni, da una modalità corporea particolare. Non solo, nella sua tradizione del Raja Yoga esso presenta l’esposizione degli elementi essenziali di una teoria psicologica; istituisce, nella tradizione del Kriya Yoga, uno specifico atteggiamento psichico; usa, in tutte le tradizioni, metodiche capaci di effetti terapeutici in ambito psichico; testimonia infine, nelle tradizioni del Raja Yoga e dello Hatha Yoga, l’esperienza di stati psichici paranormali. Possiamo dunque definire lo Yoga una disciplina psicologica o una tecnica psicofisica ad orientamento prevalentemente psicologico.

Patanjali infatti ha dato di esso una definizione generale essenzialmente psicologica: «La tecnica dello Yoga consiste nell’inibizione della percezione ordinaria» (Yoga Sutra, I, 2). La definizione scientifica di yoga come tecnica psicofisica ad orientamento prevalentemente psicologico è tuttavia estranea alla cultura occidentale. Infatti, la diffusione della tradizione Hatha, di forte componente corporea, ha quasi rovesciato il rapporto, inducendo una definizione popolare dello yoga come disciplina ad intervento quasi esclusivamente corporeo. Un’analisi psicologica dello yoga è particolarmente utile ed urgente per la cultura occidentale dato che rappresenta una delle due discipline psicologiche più importanti della cultura orientale insieme con il Buddhismo.

Possiamo, dunque, definire gli Yoga Sutra una descrizione della tecnica psicologica yogica e, poiché tale descrizione comprende anche l’esposizione di alcuni fondamentali processi psicologici umani, possiamo considerarli un trattato di psicologia.


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Gianpiero Strangio Psicologo Roma CF: STRGPR73H01H501S